SAS Analytics Experience 2016

di Dan Pejeroni [Infosphere]

From Internet of Things to Internet of Emotions

“La Digital Disruption – la Trasformazione Digitale – è ormai un fatto inevitabile e ogni organizzazione sarà costretta a dotarsi di un piano per gestirla”. Carl Farrell (Executive Vice President & Chief Revenue Officer di SAS) apre con queste parole la SAS Analytics Experience 2016, tenutasi a Roma dal 7 al 9 novembre scorsi.

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Oltre mille, tra professionisti dell’Information Technology, sviluppatori, esponenti delle maggiori testate specializzate, blogger e influencer del mondo digitale si sono riuniti nella sala grande del Marriot Hotel, per seguire su un palcoscenico, degno di un concerto rock, l’evento dell’anno su Big Data, Internet of Things e Analytics

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Jon Briggs

Jon Briggs, per trent’anni giornalista della BBC e oggi voce di Siri (l’assistente vocale di iPhone), con un’ironia squisitamente anglosassone, dialoga con Carl Farrell, che pone subito l’accento sulla punta di diamante degli Analytics di SAS: la piattaforma open Viya.

“Open” in quanto dedicata a tutte le tipologie di utenti, non solo professionali, aperta all’accesso alle applicazoni di terze parti e a tutti i linguaggi del momento, come Java e Python.

I mega screens e i subwoofer della macchina scenica di Analytics 2016 eruttano ancora immagini e musica mentre Randy Guard (Executive Vice President e Chief Marketing Officer di SAS), sale sul palco del Marriott.

Viya non solo per risolvere i problemi correnti, ma per crescere, perché “Analytics è un mercato in crescita”. Oggi le aziende non si chiedono “Perché dovrei usare Google Analytics?”, ma piuttosto “Come faccio a ottenere di più dei miei dati?”.

E’ il momento poi di Oliver Schabenberger (Executive Vice President e CTO). Nell’Internet of Things ogni dispositivo, ogni sensore raccoglie dati e “Analytics è dove sono i dati”, che siano dati live che scorrono in streaming, che storicizzati nei Data Lakes. Entrambe le fasi richiedono diversi approcci analitici ma, secondo il CTO, comunque richiedono analisi.

E’ la volta di Jim Zemlin, direttore esecutivo della Linux Foundation . “Tecnicamente, sono il capo di Linus Torvalds, anche se di fatto lui non mi ascolta mai”.

“C’è ancora troppo software da scrivere”, sostiene Zemlin e i programmatori di software tradizionale non riusciranno a tenere il passo richiesto dall’evoluzione dell’IoT. E’ indispensabile scrivere questo software insieme, dice e come esempio cita Linux: ogni giorno si aggiungono 10.800 linee di codice, 5300 vengono rimosse e 1875 modificate, in questo modo il sistema operativo è in grado di adattarsi rapidamente alle mutevoli condizioni e alle esigenze dei clienti.

Ma l’open source non sarà la fine del software proprietario, aggiunge Zemlin e propone una combinazione di entrambi i modelli. E’ già una realtà per molte software house e la maggior parte delle soluzioni sono rappresentate oggi da codice open source.

Utilizzando come un team di sviluppo esterno la comunità open source, si può ottenere un più rapido time-to-market . Il team di sviluppo proprietario dovrebbe prendersi cura solo di una piccola parte delle soluzioni, per creare caratteristiche differenzianti e quindi valore aggiunto. “Il futuro è open source“, conclude Zemlin.

David Shing, il profeta digitale che ha collaborato con AOL, irrompe sulla scena come uscito da un quadro di Pollock, con una criniera di capelli neri che sfumano al blu.

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Dan Pejeroni e David Shing

Shingy supera il concetto di Internet of Things, per parlare di Internet of Emotions: “Servono capacità predittive per seguire i comportamenti umani, per capire le abitudini delle persone e soddisfare i loro bisogni senza imporli”.

“La tecnologia modifica i comportamenti ma non i bisogni”, aggiunge. “Senza i dati non c’è creatività, ma senza creatività non ci sono i dati. Così, anche se gli smartphone possono ormai fare quasi tutto, è necessario convincere gli utenti a scaricare le app”. Servono nuovi modelli di marketing, che tengano conto che “le persone comprano ancora dalle persone”.

L’intervento di Tamara Dull (Director of Emerging Technologies di SAS) è dominato da Alexa di Amazon, che campeggia a lungo sullo sfondo della scena. Ci parla dei rischi e delle opportunità dell’Internet of Things e della necessità di formazione per una generazione di data scientists in grado di utilizzare la potenza degli Analytics. Ci dice che l’IoT è un movimento e ci propone il suo IoT IQ Test.

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Tamara Dull (Director of Emerging Technologies di SAS)

Tamara prosegue poi a raccontare il suo punto di vista in sala stampa, rispondendo alle domande che giornalisti e blogger le rivolgono nel corso dell’attesa intervista. Abbiamo parlato a lungo di fattori che possono ostacolare o favorire la diffusione dell’Internet of Things, di standard, di privacy e del fatto che sia indispensabile inalzare i livelli di sicurezza dei protocolli di comunicazione dei Big Data.

Alla fine ho avuto l’opportunità di scambiare alcune battute con lei a proposito del lungo thread che avevo seguito nel 2015 sul blog SmartDataCollective dove Tamara e Anne Buff si sfidarono per oltre due mesi a colpi di pros e cons sul Data Lake Debate, con la mediazione di Jill Dychè e che si concluse con le considerazioni che: un Data Lake non è data warehouse, è caratterizzato da costi sensibilmente più bassi, permette l’uso di Advanced Analytics, ma che sarà necessario provvedere alla carenza di skills per un suo adeguato utilizzo.

L’Analytics Experience 2016 non è stata solo una full immersion nel mondo delle tecnologie informatiche, ma anche un incontro con l’arte. Mi sono ritrovato così, con il naso all’insù, nella Cappella Sistina ad ammirare la Sublime Infografica con cui Raffaello, Botticelli, Michelangelo e molti altri hanno realizzato la Biblia Pauperum, meglio definita come “teologia visiva”.

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Cappella Sistina – La volta di Michelangelo

In fin dei conti un’enorme quantità di dati, che non si limitano a raccontare la storia del cristianesimo, ma che hanno rappresentato per più di cinque secoli un punto un riferimento culturale e sociale universale, attraverso il quale milioni di individui hanno condiviso un comune ideale spirituale, ma anche un’idea di società e di organizzazione.

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