Intellĭgo – Semantic Enterprise Content Manager (it)

di Dan Pejeroni [Infosphere]

IT Intellĭgo, intellĭgis, intellegi, intellectum, intellĭgĕre

tr. III coniug.| v. tr. III conjug.| tr. v. III conjug.

intendere (v.tr.); apprendere (v.tr.); capire (v.tr.); comprendere (v.tr.);  accorgersi (v.pron.); afferrare (v.tr.).


web-semantico

Negli ultimi anni, per effetto della rivoluzione introdotta dai dispositivi mobili, abbiamo assistito ad una profonda rivoluzione del web. L’esigenza di svincolare il contenuto dalla sua presentazione è diventata una priorità, se non altro per poter adattare i formati delle pagine alle capacità di visualizzazione dei diversi dispositivi, che oggi vanno dai grandi pannelli informativi o pubblicitari LCD, fino ai minuscoli wearable device, passando attraverso gli ormai onnipresenti smartphone e tablet. Inoltre l’indipendenza dei contenuti è prerequisito per una efficiente traduzione per adattarli alle innumerevoli culture, di un audience divenuto ormai globale.

Anche le abitudini di consultazione degli utenti, in un web sempre più Google centrico, stanno rapidamente mutando. Nei dispositivi mobili le app hanno quasi completamente sostituito il browser, tanto da costringere i gestori di portali specialistici a mettere a disposizione anche le relative app. Anche per questo scopo, è indispensabile disporre di contenuti puri.

Tim Berners Lee, il padre del world wide web, lanciò nel 2001 l’idea di trasformarlo in una grande base della conoscenza universale, introducendo il concetto di web semantico. L’idea era quella di sostituire la ragnatela costituita dai troppo rigidi hyperlink, con collegamenti semantici applicati ai contenuti e soprattutto, dotarli di significato.

A ottobre 2014, con la pubblicazione da parte del consorzio W3C, della raccomandazione sul linguaggio HTML5, con la sua contestuale adozione da parte dei produttori di browser e dello stesso motore di ricerca Google, si è determinata la concreta possibilità di realizzare il sogno di Lee. Infatti, HTML5 arriva con un marcato orientamento alla semantica, basato su una nuova generazione di meta tag: i microdati che, se opportunamente applicati ai contenuti, possono conferire loro il significato. Ma ancora una volta è necessario disporre di contenuti puri.

rich-snippets-infoGoogle con il recentissimo algoritmo Hummingbird, utilizza i tag semantici per produrre SERP molto più precise, valorizzare i contenuti di maggior pregio e fornire agli utenti informazioni correlate e Snippet, che rendono spesso superfluo il ricorso al website che le ospita. Sempre più spesso, invece di richiamare l’url di un sito per ottenere informazioni, cerchiamo ed otteniamo, direttamente da una ricerca Google, quell’informazione. Questo sposterà il focus dal portale al singolo contenuto (che sia una notizia, un risultato sportivo, il prezzo di un prodotto, il profilo di una persona o la storia di un monumento).

Per cogliere le opportunità che questa incredibile evoluzione tecnologica ci sta mettendo a disposizione, servono contenuti puri, da arricchire con informazioni semantiche, per poterli rendere disponibili in molte lingue, filtrati in base al profilo dell’utente ed adattati volta per volta al suo dispositivo.

Le soluzioni CMS (Content Management System) e WCM (Web Content Management) tradizionali, siano di mercato, che open source aiutano poco in questo ambito, in quanto non sono in grado di operare una così spinta distinzione dei contenuti dalla presentazione.

Intelligo nasce da queste considerazioni e su queste basi, per realizzare un motore per la creazione e la gestione di contenuti di qualità editoriale, da erogare ai tradizionali portali e siti web, così come alle app, utilizzando comuni servizi REST. Le informazioni possono essere arricchite da microdati, filtrate da regole e tradotte in tutte le lingue del mondo. La presentazione può essere applicata mediante fogli stile CSS3. Il motore di ricerca Google, grazie ai microdata semantici, è in grado di interpretare in maniera ottimale i contenuti di Intelligo, fornendo posizionamenti migliori e snippet controllati.

La soluzione Intellĭgo

Intelligo è un ECM (Enterprise Content Management) per il web semantico, massivamente multilingua e progettato per fornire una completa separazione tra i contenuti e la loro presentazione tipografica o multimediale. Inoltre permette l’arricchimento dei contenuti stessi con tag semantici e microdata, secondo gli standard Schema.org ed RDF.

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In Intelligo il contenuto è puro, in quanto indipendente da font, colori, lettere maiuscole, così come dalla sua traduzione in una più lingue e costituisce un valore, in quanto riutilizzabile e dotato di significato. Questa caratteristica rappresenta la base dell’editoria e del web del futuro (l’editoria multimediale e il web semantico), ma già da oggi è possibile sfruttarne le possibilità in termini SEO con Google, ottenendo per le proprie pagine web, migliori posizionamenti di ricerca e snippet più efficaci. Inoltre il riutilizzo delle “frasi a senso compiuto” permette di realizzare risparmi significativi nei costi per le traduzioni.

La visibilità dei contenuti in Intellĭgo è controllata da regole che permettono la personalizzazione degli articoli in base a profili utente, così come la gestione di business policy, norme e leggi, mediante un motore di interpretazione applicato a questionari utente.

Intellĭgo Enterprise Server fornisce una comoda interfaccia RESTful (basata su servizi REST o SOAP), che restituiscono i contenuti in formato XML, JSon o HTML5 per l’alimentazione di app e portali web.

Block Chain 2.0: Il rinascimento del denaro

di Dan Pejeroni [Infosphere]

Una rete Bitcoin è un’ entità decentrata. Per questo principio ogni volta che si verifica un’operazione di pagamento tra i membri della rete, questa deve essere verificata e convalidata, in modo da assicurare che ogni transazione si svolga solo tra due parti e che non vi sia duplicazione della spesa.

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Questo processo di verifica viene effettuato da alcuni membri della rete, chiamati minatori che, utilizzando software specializzati e mettendo a disposizione la potenza di elaborazione dei loro computer, verificano le transazioni. Sembrerebbe semplice, ma la potenza di elaborazione necessaria è decisamente elevata.

E’ questo il punto dove la Block Chain comincia a prendere forma. Ogni pochi minuti, un minatore crea un blocco di tutte le transazioni che si verificano sulla rete Bitcoin. In sostanza crea un file verificato, che contiene una copia di tutte le operazioni che si sono succedute negli ultimi 10 minuti. E’ importante sottolineare l’aspetto della verifica.

Per i propri sforzi, il minatore è compensato in Bitcoin. È qui che si manifesta la matematica della valuta e il modo in cui si differenzia dal sistema bancario tradizionale a riserva frazionaria. La quantità totale di Bitcoin che potranno esistere è fissata in 21 milioni.

Ogni blocco è collegato al precedente, in modo da formare una catena. Questo raggruppamento di blocchi avviene secondo l’algoritmo alla base della creazione di Bitcoin ed è definito protocollo Block Chain.

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Se il TCP/IP è un protocollo di comunicazione, il  Block Chain è un protocollo Value-Exchange.

Da quando è stata pubblicata online la white paper di Satoshi (pseudonimo del creatore di Bitcoin), altre crypto-currencies sono proliferate nel mercato. Ma, a prescindere dalla valuta e dalle questioni di deflazione che sono state spesso oggetto di dibattito, il protocollo di Block Chain sottostante e l’architettura di calcolo distribuito utilizzato per raggiungere il suo valore, rimangono gli stessi.

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Come il protocollo aperto di comunicazione TCP/IP, ha creato Internet ed una moltitudine di prolifici servizi di business, il protocollo Block Chain offre la base su cui le aziende potranno creare catene a valore aggiunto. Utilizzando il reticolo di integrità delle operazioni, una nuova generazione di applicazioni commerciali stanno per entrare nel mercato.

Micropagamenti

Il sistema di pagamento utilizzato fino ad oggi, è stato progettato nel 1950 e comporta un costo fisso per ogni transazione. Di conseguenza l’invio di piccoli pagamenti (ad esempio di pochi centesimi) non risulta affatto economico.

Il protocollo Block Chain consente il trasferimento istantaneo di valore, indipendentemente dalle dimensioni, proprio come il TCP/IP consente la trasmissione immediata di informazioni. Una società che sta facendo uso di questo concetto è ChangeCoin.

ChangeCoin offre un’infrastruttura di micropagamenti per il Web. Prendiamo ad esempio un sito che, con l’account free, intenda offrire ai propri utenti solo la lettura di un quarto di un articolo e richieda una sottoscrizione minima, per accedere alla versione completa dello stesso. Con i micropagamenti, l’utente potrà ora pagare pochi centesimi per leggere l’intero articolo, senza impegnarsi in alcuna forma di abbonamento. Un altro esempio di questa possibilità potrà essere applicata alla Pay-tv, dove i consumatori potranno acquistare e pagare un singolo programma o applicata ai servizi di connettività, presso gli hot spot WiFi, dove gli utenti si limiteranno a  pagare il solo traffico generato.

ChangeCoin ha creato anche un’opportunità per i creatori di contenuti e blogger, in forma di ChangeTip. I lettori possono ora utilizzare i Bitcoin, per ricompensare il creatore di un contenuto con una piccola somma (anche solo 5 centesimi). Questo non è solo un modo innovativo per dimostrare apprezzamento, ma un modello che cambierà il business della creazione di contenuti e del loro mantenimento.

Aziende come Chain, ora consentono agli sviluppatori di costruire API sul protocollo Block Chain, che permettono di:

  • allocare risorse digitali come energia, larghezza di banda, storage e potenza di calcolo, ai dispositivi connessi/servizi che li richiedono (es. FileCoin);
  • API per Oculus Rift per l’accesso al mondo virtuale, che sta diventando sempre più simile agli ambienti dei film di fantascienza. Questi sviluppatori stanno cercando di creare un set di API da utilizzare nello spazio virtuale per effettuare transazioni, sfumando i confini tra le economie virtuali e reali;
  • API per micropagamenti personalizzati sul tipo delle transazioni caratteristiche dalla sharing economy, come pagare la lettura di un blog, piuttosto che un singolo passaggio nel car sharing.

Smart Contract e moneta programmabile

Gli Smart Contract sono programmi che codificano ed incorporano condizioni e corrispettivi. Quando si verifica una transazione tra due parti, il programma è in grado di verificare se il prodotto/servizio sia stato effettivamente inviato dal fornitore. Solo dopo la verifica, la somma viene trasmessa al conto del fornitore. Un altro esempio sono i programmi intelligenti che funzionano a condizioni predefinite tra fornitore e cliente, assicurando un servizio di deposito di garanzia in tempo reale, con costo marginale vicino allo zero. Codius offre già oggi un completo ecosistema per i Smart Contract.

Oltre alle transazioni finanziarie, gli Smart Contract stanno entrando anche nel sistema giuridico. Aziende come Empowered Law, utilizzano un registro pubblico distribuito delle transazioni, basato su Block Chain, per fornire servizi di multi-signature per la protezione di beni, pianificazione, risoluzione delle controversie, leasing e corporate governance. Un esempio di applicazione dei Distributed Contracts sono i cosiddetti Colored Coins, ossia un set di dati aggiuntivi (attributi) pubblicati e gestiti sul Registro Decentrato, che trasformano i coins in token, al fine di poter essere impiegati per rappresentare qualsiasi cosa, non necessariamente una valuta.

Digital Assets e Smart Property.

Costruendo entità digitali sui Colored Coins, si ottengono beni la cui proprietà è registrata digitalmente. I Bitcoin sono beni digitali ma, dal momento che la Block Chain è un Registro Decentrato di beni, essa può anche essere utilizzata per registrare la proprietà e il trasferimento di qualsiasi risorsa connessa al Bitcoin. In questo modo, un Bond digitale potrebbe pagare cedole e rimborsare il capitale all’indirizzo del detentore, senza il bisogno di custodi.

Un ulteriore evoluzione di questo concetto, è rappresentato dalla Smart Property. Una Smart Property è una proprietà che ha accesso alla Block Chain e che può intraprendere azioni sulla base delle informazioni in essa pubblicate. In altre parole la Smart Property può essere controllata tramite la Block Chain (ad esempio, un auto la cui proprietà è rappresentata da una risorsa digitale nella Block Chain). L’automobile fisica è connessa a Internet ed è in grado di leggere la Block Chain, quindi può tenere traccia dello stato della risorsa digitale che la rappresenta. Come il Digital Asset viene trasferito da un indirizzo ad un altro, l’auto, consapevole dell’aggiornamento di stato avvenuto sulla Block Chain, è in grado di intraprendere le azioni necessarie, come cambiare il suo proprietario. E un modo di automatizzare l’Internet of Everything.

Ethereum e il browser  Mist

Ethereum è al lavoro per unire il Registro Distribuito con l’ambiente di programmazione di Turing, che è un linguaggio che può essere utilizzato per simulare qualsiasi altro linguaggio di programmazione (e non solo il suo). L’obiettivo della società è la realizzazione una sorta di coltellino svizzero del Block Chain e degli strumenti di crittografia per consentire anche agli utenti non-tecnici, di sfruttare pienamente queste nuove tecnologie sul web.

Block Chains parallele e Side Chains

Alcuni sviluppatori stanno iniziando a considerare la creazione di Block Chain alternative, per evitare la dipendenza da una singola catena. Le Block Chain parallele e laterali offrono un buon compromesso tra scalabilità e possibilità di innovazione.

Le Filippine e il Peso

Il governo delle Filippine ha in progetto di mettere la propria moneta (il Peso) in Block Chain, per migliorare i propri servizi finanziari. Un’iniziativa decisamente rivoluzionaria.

Le Crypto tecnologie e le banche europee

Diverse banche di medio-piccole dimensioni hanno adottato l’architettura Block Chain. La tedesca Fidor Bank , per esempio, offre alla clientela un sistema di trading in valuta e di trasferimento fondi trans-frontaliero basato su Ripple dal 2014. Il sistema si basa su block chain, ma non utilizza un registro pubblico, operando in modo distribuito su nodi appartenenti agli aderenti al network. I costi e la velocità di esecuzione, praticamente in tempo reale, sono i principali punti di forza del sistema.

L’uso di un registro distribuito ma non pubblico sembra l’approccio preferito dalle istituzioni finanziarie nell’adozione delle tecnologie crittografiche basate su Block Chain. Almeno questo è quanto consiglia l’Associazione Bancaria Europea (ABE-EBA) nel suo recente rapporto sulle Krypto tecnologie. Esaminando le possibili applicazioni  delle architetture Block Chain e delle relative tecnologie crittografiche, l’EBA individua quattro categorie di applicazioni:

  • monetarie (criptovalute);
  • registrazione della proprietà di asset (titoli, veicoli, case, nomi di dominio);
  • ambienti di sviluppo applicazioni (applicazioni distribuite su reti decentralizzate peer-to-peer pubbliche, ossia versioni decentralizzate dei vari servizi cloud sul mercato oggi);
  • scambio di rappresentazioni digitali di asset già esistenti (valute, metalli, titoli azionari, bond) basato su un registro condiviso dai partecipanti al network.

Lo studio dell’EBA ritiene che dei quattro abiti, quello più maturo e più adatto per l’adozione da parte delle istituzioni finanziarie tradizionali sia l’ultimo. Alla base sta l’utilizzo di registro condiviso, non però su rete pubblica ma solo sui nodi dei partecipanti al network, che si impegnano a pubblicare rappresentazioni digitali degli asset trattati. In questo modo la fiducia è organizzata direttamente tra i partecipanti e non per mezzo di strumenti tecnologici come il mining. Alcuni dei partecipanti al network hanno un ruolo speciale, di convertire le rappresentazioni digitali in asset appartenenti al mondo fisico. Questi partecipanti speciali che fanno da porta verso e dall’esterno sono definiti market maker. Un ruolo aggiuntivo dei market maker è quello tradizionale di garantire liquidità e asset. Infine, tra alcuni partecipanti al network è possibile attivare relazioni esclusive, riducendo i rischi di controparte (come accade in alcune dark pools). L’EBA individua quattro possibili applicazioni di queste reti: cambi/rimesse, pagamenti real-time, cosiddetto documentary trade (il caso più noto sono le lettere di credito per il commercio estero); scambio di asset di ogni tipo, dalle valute ai titoli di debito, alle azioni, ai metalli e alle commodities. Il vantaggio delle architetture block chain in tutte queste applicazioni possibili è la riduzione della complessità, l’esecuzione in tempo reale (che riduce i rischi di insolvenza) e il coordinamento automatico tra tutte le parti grazie al registro condiviso delle transazioni.

Indipendentemente dai consigli dell’EBA, diverse istituzioni finanziarie si stanno interessando a block chain. Oltre ad alcune banche piccole e medie, come la già citata Fidor e diverse negli Stati Uniti, si stanno muovendo i giganti. Pescando tra gli annunci delle ultime settimane: UBS ha costituito un laboratorio interno  sulla Block Chain presso la sede di Londra; Goldmann Sachs ha investito 50 milioni di dollari in una start-up, Circle Internet Financial, che sta realizzando un servizio di pagamenti real-time decentralizzato basato su Block Chain; Il Nasdaq sta costruendo un pilota per il Nasdaq Private Market, un’area di scambio per i titoli azionari in fase pre-IPO che consente il trading di azioni tra privati. Fino ad oggi, il trading sul Private Market richiedeva la stipula di contratti legalmente vincolanti con l’intervento degli studi legali. Utilizzando la Block Chain, questa esigenza sparisce: uno scambio viene registrato in modo immodificabile sul registro condiviso, senza bisogno di legali.

Infine, Banco Santander ha identificato 25 aree dove applicare le architetture Block Chain. Tra quelle di interesse ufficialmente annunciate ci sono il money transfer internazionale, la finanza per il commercio, i prestiti sindacati e la gestione del collaterale. La banca spagnola ha costituto un’unità di sviluppo denominata Crypto 2.0  e ha deciso di investire, tramite il proprio fondo specializzato in fintech, Santander InnoVentures con una dotazione di 64 milioni di euro, in una start-up attiva nelle tecnologie Block Chain. L’attività di Santander è particolarmente interessante perché non si limita alle aree “sicure” identificate da EBA. In un recente intervento pubblico, infatti, Julio M.Faura, global head of R&D innovation di Santander, ha chiaramente identificato come area più promettente quella degli ambienti applicativi e in primo luogo i Smart Contracts.

Una trasformazione radicale

A dicembre 2014, Don Tapscott, uno dei massimi esperti di tecnologia ed innovazione ha ammesso di essersi sbagliato a proposito di Bitcoin, dichiarando “… Pensavo non sarebbe mai decollato. Ma ora penso che non solo lo farà come moneta, ma che, con la  sottostante tecnologia Block Chain, diventerà una parte fondamentale della prossima generazione di Internet trasformando radicalmente il commercio e le nostre stesse istituzioni sociali ”

 

Fonti:

  • Kariappa Bheemaiah (Quantitative Research Analyst at Grenoble Ecole de Management)
  • Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane S.p.A.

Digital Disruption: Non temete gli unicorni, esistono solo nelle favole

di Dan Pejeroni [Infosphere]

Il professor Ariely è un esperto di economia comportamentale. Sa che gli esseri umani sono facilmente indotti ad agire contro il proprio interesse personale. Nel suo libro “Prevedibilmente irrazionale”, Ariely spiega come le nostre emozioni ci portino ad affrettate scelte sulle sfere personali ed economiche. Ci mette in guardia di come “la nostra avversione alla perdita, è un’emozione forte, quella che a volte ci fa prendere decisioni sbagliate”.

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La reazione impulsiva di allarmismo verso la Digital Disruption, avrebbe potuto trovare certamente posto nelle pagine del libro del prof Ariely. Nella misura in cui cresce la preoccupazione per questo fenomeno, diventato ormai virale (la ricerca Google “Digital Disruption” è salita alle stelle), le grandi organizzazioni allocano maggiori quantità di denaro in competenze digitali, nel tentativo di evitare lo spettro di un fallimento causato da l’ultima Airbnb, Uber e via discorrendo.

Questo fatto è prevedibile, quanto irrazionale. Gli skill digitali, di per se porteranno certamente ad un rapido progresso e l’introduzione di un’app per il mobile banking, potrà aumentare la popolarità di una banca tra i millennials, ma non  rappresenterà certo una rivoluzione del settore dei servizi finanziari.

Prendete in considerazione questa statistica: la stragrande maggioranza dei centomila sviluppatori di applicazioni mobili, vive al di sotto della soglia di povertà. Una vera rivoluzione richiede molte più competenze interdisciplinari, che soli “skill digitali”. Considerate Peter Thiel, imprenditore seriale di startup come PayPal e Palantir Technologies, ora sostenitore di molti digital disruptor. Peter non è un hacker archetipico, ha una laurea in Filosofia e un dottorato in Giurisprudenza.

Thiel ha pubblicato un libro intitolato “Da zero ad uno”, nel quale condivide la sua visione su come unicorni e gazzelle (le start-up di grande successo) prendono vita. Si inizia con una squadra ad alto numero di ottani, che risolve un enorme, irrisolto problema, dieci volte meglio della più prossima alternativa disponibile, e quindi lo monopolizza. Se volete “disruption” nell’accezione di Thiel, avrete bisogno di imprenditorialità più che di ogni altra cosa.

Le grandi aziende sono costruite per passare da “uno a n”. General Motors, Toyota e Volkswagen non hanno l’obiettivo di re-inventare l’auto (Tesla, Alphabet e Local Motors sono in grado di farlo meglio di loro), ma di sfornarne milioni di esemplari l’anno. Si sono evolute in organizzazioni gerarchiche (spesso a matrice), per diventare molto bravi a fare le cose in modo prevedibile e su larga scala. Queste priorità hanno trasformato la società moderna in un ambiente caratterizzato da imprenditorialità aggressiva. La loro cultura è refrattaria al fallimento. Tipicamente la conseguenza per questo peccato capitale, è un viaggio di sola andata in qualche Siberia aziendale, se non un definitivo licenziamento. D’altra parte gli HR manager, per i casi di successo, non possono offrire partecipazioni azionarie, un ingrediente fondamentale per il successo imprenditoriale.

Inoltre l’imprenditorialità è imprevedibile ed i profitti richiedono tempo: le buone idee di oggi non potranno influire sui risultati del prossimo trimestre. Inoltre le gerarchie utilizzano processi per qualsiasi cosa. A loro non piacciono le sperimentazioni imprenditoriali (queste sono considerate “distrazioni”). Infine, il processo decisionale nelle gerarchie è lento, disordinato e basato sul consenso; le startup invece hanno bisogno di operare alla velocità della luce e con un focus da laser.

Alla fine, la maggior parte dei CEO, pur rendendosi conto che un certo grado di “imprenditorialità interna” sarebbe assolutamente necessario, sono costretti a sopprimere nella propria azienda questa proattività, anche se non lo ammetteranno mai. I pochi che riescono a cogliere questa illuminata intuizione imprenditoriale, ottengono una vera accelerazione strategica.

Dopo tutto, le società tradizionali hanno un vantaggio sleale rispetto start-up: un accesso privilegiato alla tecnologia ed ai capitali, la fidelizzazione dei clienti e un pool di collaboratori con la conoscenza del dominio, competenze e idee di business. Le iniziative dei loro leader che colgono lo spirito delle startup e stimolano l’iniziativa dall’interno, sono contro-intuitive e non-convenzionali, ma c’è una contropartita.

Innanzi tutto rispediranno gli unicorni come Uber al loro posto, nel mondo delle favole, restituendo al termine gazzella l’originale significato: “preda per i leoni”.

I Big Data ci proteggeranno dal terrorismo?

di Dan Pejeroni [Infosphere]

Si discute molto oggi su come i Big Data stanno rivoluzionando il mondo del business. Tuttavia, le loro possibili applicazioni nel campo della sicurezza e dell’intelligence sono ancora relativamente poco conosciute.

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In futuro, potrebbe diventare possibile prevedere con sicurezza potenziali azioni terroristiche, combinando osservazioni da fonti quali attività di social media, ricerche su Internet, abitudini di acquisto e posizione dei dispositivi mobili utilizzati.

La gente (quindi anche i soggetti potenzialmente pericolosi) sta generando una quantità sempre maggiore di dati attraverso i propri smartphone, elettrodomestici, satelliti, terminali, macchine fotografiche. Una moltitudine di altri sensori, comunemente installati su edifici, infrastrutture e veicoli, catturano in tempo reale dati che riguardano spostamenti e azioni sul territorio. Inoltre, tutte le attività online possono essere intercettate, memorizzate, analizzate e correlate.

La Predictive Analytics sui Big Data comprende una varietà di tecniche statistiche di modellazione, machine-learning e data-mining che analizzano fatti attuali e storici, per fare previsioni su eventi futuri, altrimenti imprevedibili. Con queste tecnologie possiamo efficacemente anticipare anche potenziali minacce alla sicurezza.

L’analisi predittiva nella prevenzione del terrorismo, avrà tuttavia anche un profondo impatto sulla nostra società e sui diritti democratici. L’analisi predittiva dei Big Data è basata sulla correlazione, non sulla causalità. Tuttavia, anche quando gli algoritmi sono molto accurati nel identificare pattern di comportamento potenzialmente ostili, ci saranno sempre “falsi positivi”, che corrispondono a questi modelli solo per coincidenza.

L’Analisi predittiva sui Big Data potrebbe ridurre significativamente l’incidenza del terrorismo e rendere il mondo un posto più sicuro, ma solo se riusciremo a ridurre al minimo il rischio di abusi e gli effetti collaterali indesiderati.

Futuro anteriore

di Dan Pejeroni [Infosphere]

Anni ’20: l’abbagliante splendore di un frammento di futuro già avvenuto

 “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”  [Filippo Tommaso Marinetti, 20 febbraio 1909]

1925  – Rolls Royce Phantom I

Roaring Twenties. i ruggenti anni ’20, un’epoca caratterizzata da una strepitosa energia che influenzò in maniera radicale società, arte e cultura. La scena politica stava tornando alla normalità dopo le devastazioni della prima guerra mondiale, mentre esplodeva  la musica Jazz e l’Art Deco.

Mutò profondamente la femminilità con evidenti ripercussioni nella moda, nella vita sociale e politica.

1920 “Flappers”

Il costume e la cultura, furono travolti da un irrefrenabile bisogno di discontinuità e di rottura con la tradizione, per abbracciare un nuovo concetto di modernità. Il mondo era dominato dalle nuove tecnologie, in particolare l’automobile, il cinema e la radio.
La diffusione del grammofono e del fonografo, unite alla nascita delle prime grandi case discografiche, determinarono l’avvicinamento delle classi popolari alla musica. Il 1927 decretò anche la fine del cinema muto, con la produzione del primo film parlato della storia del cinema, Il cantante di jazz (The Jazz Singer).

La Grande depressione nel 1929 pose fine a quest’era e al sogno che portava con sé anche se l’onda lunga si fece sentire anche nel decennio successivo, con altre invenzioni e scoperte in campo scientifico che determinarono l’accelerazione dello sviluppo industriale e dei consumi.

Attraverso le immagini e le opere che sono giunte fino a noi, quel momento, ci appare oggi nell’abbagliante splendore di un frammento di futuro già avvenuto e nella sconcertante evidenza del nostro tempo che passa. Ma anche ci fornisce la misura di quanto idee folli e sogni coraggiosi, siano in grado di influenzare il domani.

Grand Central Terminal NYC 1930 – Fotografia di Hal Morey
“Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”  
[Filippo Tommaso Marinetti, 20 febbraio 1909]

Smart Country e la società multietnica

Senza titoloLa Pubblica Amministrazione italiana sta vivendo un momento di profonda mutazione, in risposta ad una altrettanto radicale trasformazione del tessuto sociale del Paese.

Immigrazione, globalizzazione, informatizzazione, delocalizzazione, integrazione sono solo alcuni dei grandi temi che ci troviamo a fronteggiare: possono rappresentare problemi o opportunità. Dipende da come sapremo affrontarli.

La drammatica congiuntura finanziaria che ha coinvolto buona parte dei paesi industrializzati, ci obbliga a rivedere la spesa pubblica e, nello stesso tempo, razionalizzare servizi ai cittadini, privati ormai di risorse, ma che costituiscono una condizione essenziale per la ripresa e lo sviluppo sostenibile.

Uno dei fattori chiave è nell’utilizzo delle nuove tecnologie, che rappresentano l’alfabetizzazione del nuovo millennio: non solo tablet e smartphone, ma anche terminali self service e call center, non solo social network e p2p, ma anche e soprattutto cloud aziendali e reti di servizi al pubblico.

I fenomeni di immigrazione, stanno inoltre trasformando il profilo demografico italiano del’900 irreversibilmente in multietnico. Per non subire questa Babele, in attesa della auspicabile integrazione linguistica e culturale dei nuovi cittadini, lavoratori e famiglie, ad opera della Istruzione Pubblica e privata, disponiamo già da oggi di software e dispositivi per abbattere le barriere interculturali.

Sulla base di queste considerazioni ho creato Intelligo, un ECM (Enterprise Content Management) semantico massivamente multilingua.

Gli anni della Disco Music

Era basata su una poderosa bassline in quattroquarti, una scoppiettante sezione d’archi, dei feroci campanacci e un’impennata vocale, direttamente passata dalla chiesa alla pista da ballo. Ha creato un luogo, o meglio musicato uno spazio al di fuori del mainstream. Un luogo dove nero, ispanico, gay e qualsiasi loro combinazione poteva danzare, amare o solo esistere senza paura. Erano i primi anni ’70 e questa era la Disco Music.

I primi club, come il Loft di David Mancuso e la Galleria di Nicky Siano, ora sussurrata in tono reverenziale dai veri discofili, erano sempre molto di più che la somma delle loro parti. Apparsi sulla scia dei moti di Stonewall del 1969 (si potrebbe sostenere che la nascita della disco sia nata con l’abrogazione del decreto di legge di New York, che criminalizzava due o più uomini che ballavano insieme), anche se la ragione d’essere di questi club era sballare e rilassarsi in un clima stravagante ed eccentrico, è chiaro che in retrospettiva hanno giocato un ruolo cruciale nella protesta liberale e gay. Inni proto-disco, come “Love is the message” degli MFSB, hanno detto tutto. I detrattori considerarono quei testi banali, poiché parlavano d’amore e di solidarietà, ma in realtà erano acutamente puntuali: sentite l’amore e lasciate che la musica vi renda liberi. Questo non era un luogo dove la differenza era semplicemente tollerata, ma attivamente celebrata. Per la prima volta.

Naturalmente con la forza di questo caldo e irresistibile abbraccio musicale, non ci volle molto che il mainstream volesse entrare. Una volta che le porte della discoteca furono spalancate, divenne ben presto la più grande di tutte le possibili chiese. Tutti volevano partecipare alla festa. Le registrazioni seminali del maestro del synth tedesco, Giorgio Moroder con Donna Summer, hanno sfruttato il nuovo clima di permissivismo sessuale. Con lo loro hit planetaria “Love to Love You Baby”, 16 minuti di lamenti e gemiti in un backbeat lussureggiante e pulsante, per la prima volta nella storia del pop hanno fatto sentire il suono del sesso, mettendo in primo piano il desiderio sessuale femminile in una politica open-house.

Alla fine degli anni ’70, la Disco Music conquistò il mondo e mise in condizione pop star, come il grande Sylvester, di uscire sfacciatamente e favolosamente dai ghetti drag di San Francisco e volare con un jet privato per le tappe più esclusive di il mondo . Il messaggio d’amore si diffuse dai club underground di New York all’Abigail di Romford, tutti con un bicchiere di Blue Nun in una mano e un 12” di Donna Summer nell’altra, a ballare le hit di Diana Ross, sotto le sfere scintillanti dei dancefloor. Anche se i dischi in quel momento erano venduti in milioni di copie, il messaggio originale restava : la spirituale chiamata alle armi pan-sessuale di unità (We Are Family), potenziamento ( I Will Survive ) e pura liberazione sessuale ( I Feel Love). 

Inevitabilmente come la Disco Music arrivò alle masse, nacque la necessità di comportamenti un po’ più rispettabili (o i magnati pensarono che lo sarebbero dovuti diventare). Prendiamo i Village People, quando cantavano di andare tra i cespugli, nel loro hit “Fire Island ” del 1977, non stavano suggerendo di dedicarsi al giardinaggio in tarda notte. Poco più di un anno dopo , nonne e bambini in tutto il mondo stavano allegramente contorcendo le loro membra al ritmo di “YMCA”, mentre un baffuto motociclista , un poliziotto, dei nativi americani seminudi e cowboy, cantavano di andarsene in giro con i ragazzi e nessuno batté ciglio. Col senno di poi, ci fu un delizioso cavallo di Troia in tutto questo e, anche se le masse non ci fecero caso, osservando che al quel tempo la gente credeva che Freddie Mercury fosse eterosessuale, è abbastanza chiaro che qualcosa di strano stesse succedendo.

Da una parte l’immagine caricaturale dei Village People conviveva perfettamente con altre recenti mutazioni del mercato di massa della Disco Music, come “Disco Duck” e “Baby I’m Burnin” di Dolly Parton, dall’altra, tutto questo entusiasmo per i ritmi palpitanti, i neri alla radio e le donne esigenti di soddisfazione sessuale facevano storcere il naso ad alcune persone, come la cocaina allo Studio 54. Lo stereotipo di maschio bianco forte e fedele dell’America , che sedeva a fumare sotto il patìo, così come i Led Zeppelin e i Black Sabbath erano stati estromessi dalle radio a favore di Chic e Bee Gees.

La Disco Demolition Night, al Comiskey Park di Chicago nell’estate del 1979, rappresentò chiaramente qualcosa di più di un semplice sentimento di disapprovazione per la musica dei KC & The Sunshine Band. La detonazione di massa di pile di vinile su un campo di baseball poteva essere ispirato ad un sentimento anti-discoteca, ma il suo famigerato slogan “Disco Sucks!” tradiva una, mal celata, matrice omofobica . Fu battezzata la sera della morte della Disco, ma così non fu. Quello che chiaramente ottenne, fu sottolineare quanto sovversivo fosse realmente il messaggio della Disco, per la liberazione razziale e sessuale. Quello in cui invece non riuscì, fu di uccidere la discoteca.

Come chiunque abbia prestato orecchio alla musica Club nel corso degli ultimi tre decenni vi potrà dire, la Disco Music non è morta, è semplicemente cambiato il suo taglio di capelli , ha fatto qualche nuovo amico, di tanto in tanto spunta qualche sinistra pillola. House, Techno, Hip-Hop: fate la vostra scelta, tutti i variopinti ceppi della nostra cultura Club, in continua evoluzione, hanno origine diretta nel vorticoso fenomeno della Disco. Che si tratti di hipsters freschi di scuola, che di Azari & III, oppure di Hercules & Love Affair o ancora di colossi riempi-stadi, come David Guetta e Lady Gaga, il ritmo è ancora vivo. E se non lo aveste notato, il presidente degli Stati Uniti (ancora per poco) è nero.

Discografia essenziale 

I feel love – Donna Summer – 1977 Night fever – Bee Gees – 1978 Never can say goodbye – Gloria Gaynor- 1974 You’re the first, the last, my everything – Barry White – 1975 That’s the way I like it – KC. & the Sunshine Band – 1975 Don’t leave me this way – Thelma Houston – 1976 Nice’n’ nasty – The Salsoul Orchestra – 1976 You should be dancing – Bee Gees – 1976 I wish – Stevie Wonder – 1976 Fantasy – Earth, Wind and Fire – 1977 From here to eternity – Giorgio Moroder – 1977 The Sound of Philadelphia – M.F.S.B. – 1974 Disco inferno – Trammps – 1976 Trans Europe Express – Kraftwerk – 1977 Follow me – Amanda Lear – 1978 Dancing queen – Abba – 1977 Got to give it up (part 1) – Marvin Gaye- 1977 Love hangover – Diana Ross – 1976 Ma Baker – Boney M – 1977 Yes sir, I can boogie – Baccara – 1977 Devil’s gun – C.J. & Co. – 1977 Dance (a little bit closer) – Charo & the Salsoul Orchestra – 1977 Lady Marmalade – Labelle – 1975 Love train – O’Jays – 1973 Love to love you baby – Donna Summer – 1975 Do it anyway you wanna – People’s Choice – 1974 Doctor’s orders – Carol Douglas – 1974 Heaven must be missing an angel – Tavares – 1976 Turn the beat around – Vicki Sue Robinson – 1976 Rock the boat – Hues Corporation – 1974 Rock your baby – George McCrae – 1974 Let’s all chant – Michael Zager Band – 1977 Don’t let me be misunderstood – Leroy Gomez & Santa Esmeralda – 1977 What a difference a day makes – Esther Phillips – 1975 You make me feel like dancing – Leo Sayer – 1976 Heaven must have sent you – Bonnie Pointer – 1978 I love the nightlife (Disco round) – Alicia Bridges – 1978 Best of my love – Emotions – 1977 One for you, one for me – La Bionda – 1978 Hot shot – Karen Young – 1978 La vie en rose – Grace Jones – 1977 Gimme some – Jimmy ‘Bo’ Horne – 1976 Magic Fly – Space – 1977 The best disco in town – Ritchie Family- 1976 Shadow dancing – Andy Gibb – 1978 What’s your name what’s your number – Andrea True Connection – 1978 Black is black – La Belle Epoque – 1977 Black jack – Baciotti – 1978 Fly Robin fly – Silver Convention – 1975 Theme from “Close encounters of the third kind” – Meco – 1977 Star Wars theme – Meco – 1977 Gonna fly now – Maynard Ferguson – 1977 Scotch machine – Voyage – 1977 Rock on – Hunter – 1977 Kung fu fighting – Carl Douglas – 1974 Ramaya – Afric Simone – 1975 Zodiacs – Roberta Kelly – 1977 I love to love – Tina Charles – 1976 The hustle – Van McCoy – 1975 Good times – Chic I will survive – Gloria Gaynor Hot stuff – Donna Summer Funky town – Lipps Inc. Knock on wood – Amii Stewart Ring my bell – Anita Ward Heart of glass – Blondie You make me feel (mighty real) – Sylvester Don’t stop ‘til you get enough – Michael Jackson He’s the greatest dancer – Sister Sledge Y.M.C.A. – Village People Le freak – Chic Miss you – Rolling Stones Upside down – Diana Ross Another one bites the dust – Queen Spacer – Sheila & the Black Devotion We are family – Sister Sledge Born to be alive – Patrick Hernandez Boogie wonderland – Earth Wind and Fire Da ya think I’m sexy – Rod Stewart Tragedy – Bee Gees

Il Mercato bancario nell’era digitale

financial2L’evoluzione dei contesti economico, normativo e tecnologico costringono oggi tutte le imprese, compresa quella bancaria, ad un approccio innovativo, basato sulla ricerca della flessibilità, organizzativa e gestionale. Queste esigenze impongono alle organizzazioni di abbandonare obiettivi di mero sviluppo dimensionale e di standardizzazione della produzione e processi, per approdare invece ad una nuova produttività, flessibilità e qualità, allargando i confini tradizionali sia esterni: instaurando meccanismi di collaborazione e di integrazione flessibile reciproca, che interni: spezzando la verticalità di gerarchie e funzioni mediante nuovi modelli organizzativi e nuovi sistemi informativi.

Negli ultimi anni si è inoltre assistito ad una lenta ma progressiva trasformazione delle banche che stanno configurando la loro offerta rivolgendosi in misura sempre maggiore verso l’erogazione di servizi. Lo svolgimento di un’attività di servizi è una funzione che, accanto a quella monetaria (creazione di moneta) e di intermediazione (allocazione delle risorse), è sempre stata presente nell’attività bancaria, ma che oggi, data la complessità delle funzioni implicate, comporta il contatto con un universo quanto mai vario e portatore delle più disparate esigenze che non possono essere soddisfatte da un unico prodotto standard. L’evoluzione dell’attività bancaria dovrebbe quindi essere condotta con l’obiettivo di rivedere complessivamente la propria “value proposition”, al fine di creare sistemi di offerta a favore di differenti segmenti di mercato.

Un ulteriore elemento è rappresentato da fenomeni come la globalizzazione, la deregulation e la nascita di concorrenti non tradizionali che si propongono come intermediari nelle transazioni di tipo finanziario.

Gli elementi fondamentali che devono sostenere i cambiamenti necessari per evitare i rischi e cogliere le opportunità insite in questo scenario sono:

  1. Razionalizzazione dei processi interni, attraverso l’adozione di nuovi modelli organizzativi che si avvalgano di tecnologie dell’informazione innovative (sistemi di workflow e document management, e-procurement, strumenti di groupware, reti) alla ricerca dell’efficienza e riduzione dei costi operativi e quindi, di conseguenza, aumento della competività;
  2. Adozione di metodologie e tecnologie per una gestione integrale dei rapporti con la clientela (sistemi customer relationship management CRM);
  3. Utilizzo di strategie multicanale, ossia la moltiplicazione dei canali fisici e virtuali per entrare in contatto con la clientela: ATM avanzato ed integrato, il Pos, l’home banking (informativo e dispositivo), il corporate banking, il phone banking, le carte dotate di microprocessori, la TV interattiva, il pc banking ormai orientato verso soluzioni Internet, gli sms, le filiali di tipo tradizionale, il lavoro dei promotori e i negozi finanziari;
  4. Modulazione ed espansione del portafoglio prodotti/servizi anche verso un offerta tipicamente e-Business ed orientata all’impresa;
  5. Orientamento al marketing;
  6. Formazione e ri-qualificazione del personale.

Lo sviluppo tecnologico nei settori delle reti e dei sistemi di comunicazione coinvolge forzatamente il settore bancario.

L’ICT permette di ripensare i contenuti strategico-organizzativi e di modificare le modalità di erogazione dei prodotti bancari. L’opportunità principale che si accompagna all’implementazione dell’ICT nel settore bancario, riguarda l’enorme mole d’informazioni aggiuntive e a basso costo che gli operatori potranno raccogliere. Se le banche si doteranno di tecnologie capaci di gestire il fenomeno della «data explosion» (tecniche statistiche di credit scoring per analizzare il merito creditizio del singolo cliente; di data mining per ricavare informazioni dettagliate partendo da dati accumulati in modo non ordinato), allora potranno gestire una relazione con l’utenza in maniera tanto minuziosa da poter fare riferimento ai cosiddetti «segments of one», servizi erogati su misura per ogni singolo richiedente con costi marginali minimi per transazione.

Lo scenario delineato suggerisce alle banche di instaurare rapporti più diretti di relazione e collaborazione con le aziende fornitrici di tecnologie. Le modalità non mancano: dall’ “outsourcing” del sistema informativo, alle applicazioni fornite online in modalità “ASP” (Application Services Provider), che permettono ai fornitori delle soluzioni applicative stesse di erogarne i servizi ai clienti finali, direttamente tramite Internet o Extranet.

Inoltre il ruolo del fornitore IT e ICT, assodata un’assoluta rilevanza del fattore tecnologico, è visto sempre più come partner strategico, spesso convolto anche a livello imprenditoriale e finanziario, soprattutto in progetti che puntano alla creazioni dei nuovi prodotti e servizi come eBanking, Online Trading, Internet Banking, ePayments, eMoney, Mobile Banking, ecc.

La banca tradizionale si è sempre posta sul mercato come un’istituzione in grado di fornire una serie di servizi finanziari in modo quasi totalmente monopolistico, era dotata di competenze distintive, offriva la sicurezza delle operazioni, conosceva le opportunità del mercato e, soprattutto, forniva mezzi di pagamento universalmente accettati. Oggi si assiste al venir meno dell’esclusività delle competenze distintive e all’inasprirsi della concorrenza, è necessario focalizzare l’attenzione sull’economicità delle operazioni e sulla qualità dei servizi puntando contemporaneamente ad una differenziazione dei prodotti tradizionali ed a una diversificazione dell’attività principale di intermediazione creditizia.

Stanno emergendo nuovi fattori di successo quali la capacità di far leva e di sviluppare competenze ed asset chiave, il grado di copertura della catena del valore e la capacità di sviluppare nuove alleanze, la diversificazione delle fonti di ricavo e la riduzione dei ricavi transazionali sui ricavi totali.

Gli istituti bancari devono essere in grado di supportare iniziative che puntano all’estensione della gamma dei servizi offerti, alla personalizzazione dei contenuti, alla creazione di comunità virtuali, al miglioramento della sicurezza delle transazioni e della qualità del servizio, all’aggregazione di servizi non finanziari, alla specializzazione organizzativa per lo sviluppo e la gestione di soluzioni e infrastrutture di supporto e di servizio.

Teorie sullo sviluppo delle comunicazioni

Neuromancer

Il mondo dell’economia, della produzione e della riproduzione di valore e’ strettamente legato a quello della comunicazione. Così avverte nel 1950 il canadese Harold A. Innis, storico dell’economia nordamericana, nell’opera Empire and Communications. Non esiste valore o mercato senza comunicazione. La comunicazione non consiste solo nel suo contenuto, ma anche e soprattutto nel suo veicolo, che può essere concreto (una tavoletta cerata, un quotidiano), ma anche immateriale (una strada, una rotta marittima). In estrema analisi la comunicazione è merce universale e flusso e può essere analizzata sia da un punto di vista quantitativo, che qualitativo. Gli strumenti del comunicare sono in diretta relazione con il potere e il loro controllo oligopolistico ne è il fondamento essenziale. La propaganda, o la manipolazione del consenso, assicurano il controllo sulla percezione soggettiva del passato e del presente e, potenzialmente, del futuro, cioè sul tempo; la rete di comando e controllo sul territorio, al fine di amministrare efficaciemente la violenza coercitiva verso l’interno e/o l’esterno, assicura del pari il controllo sullo spazio. Senza controllo sulla comunicazione sociale non esistono lo Stato e la proprietà.

A partire dalla competizione nell’Egitto faraonico tra potere monarchico assoluto e casta dei sacerdoti, fino ad arrivare ai giorni nostri la comunicazione è stata al centro dell’evoluzione delle civiltà e della società. Secondo Havelock, un antropologo che continuò la ricerca intrapresa da Innis, il raggiungimento di una sintassi ordinatrice di concetti, e finanche del pensiero astratto è il frutto di un mutamento nella comunicazione.

Tale concezione fu ripresa e rielaborata in seguito da Marshall McLuhan nel 1962 in La Galassia Gutenberg. Questo lavoro si basa sull’idea che il linguaggio è una metafora in grado di tradurre l’esperienza. Nell’operare tale traduzione, gli uomini passano dall’espressione orale a quella scritta, quindi a quella stampata e infine ai moderni mass media. Ogni nuovo strumento di espressione non si limita a facilitare la traduzione dell’esperienza umana, ma provoca cambiamenti fondamentali in quest’ultima. Gli uomini infatti esperiscono la propria esistenza mediante i sensi, in particolare attraverso l’udito e la vista. Ora, i sensi costituiscono sistemi aperti in reciproco contatto, mentre gli strumenti e la tecnologia di cui gli uomini si servono per sostituire la parola sono massicce estensioni dei sensi che si articolano in sistemi chiusi, i quali comportano specifici modi di comprendere l’universo: la scrittura si rivolge soltanto alla vista, la radio all’udito. Di conseguenza l’interiorizzazione di ogni successiva tecnologia comunicativa, dai primi strumenti scrittòri ai computer, provoca un’alterazione del rapporto fra i sensi e muta i processi mentali. A ogni nuova estensione dei sensi mediante tecnologie innovative corrisponde quindi una nuova tradizione culturale e una nuova traduzione dell’esperienza.

Il dibattito culturale sulle teorie della comunicazione prosegue fino ad arrivare a Nicholas Negroponte direttore del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology che ha formulato l’assioma detto Negroponte switch, secondo il quale, nel breve termine, tutti i segnali che viaggiavano nell’etere dovranno passare per il cavo, e viceversa. Nel suo recente e fortunato Essere Digitali affronta i problemi legati allo sviluppo tecnologico dall’informatica (larga banda, intelligenza artificiale, interfacce, multimedialita’) fino al futuro della televisione, della carta stampata e del diritto d’autore. Il messaggio di Negroponte è che se fino ad oggi abbiamo ragionato in termini di atomi (di materia discreta), ora dobbiamo abituarci a pensare in termini di bit (informazione immateriale); le nuove tecnologie che stanno per entrare nel mercato permetteranno di fatto di dislocare il flusso informativo a piacere e, grazie alla Rete, manipolarlo e rilanciarlo. Tutti diventeremo soggetti del flusso informativo. Nel mondo digitale conclude Negroponte, soluzioni prima impossibili diventano fattibili e i quattro punti di forza per il definitivo trionfo sono: decentramento, globalizzazione, armonizzazione e potenziamento umano.

Secondo Gilder, infine, il futuro è del teleputer (televisione + computer) e della fibra ottica che offre banda illimitata per il passaggio del segnale. Gli apparati dello stato non si devono occupare dell’autostrada informatica: lo sviluppo della rete cablata è assicurato più efficientemente dalla concorrenza della aziende, liberate finalmente dagli impacci delle leggi. Abbattendo definitivamente il rapporto gerarchico centro/periferia (ovvero trasmittente/ricevente) tipico della telefonia tradizionale e della televisione generalista, si otterrà una struttura informativa decentrata, intrinsecamente democratica.

In Italia i problemi in fatto di comunicazione non sono pochi, basti pensare a come un gestore di media abbia dovuto inventarsi leader politico per difendere le proprie posizioni e prepararsi al prossimo Far West italiano, dove le nuove comunicazioni giocheranno lo stesso ruolo che le ferrovie hanno avuto nel capitalismo ottocentesco.

Risulta evidente, a questo punto, come le entità che si proporranno di governare, o anche semplicemente operare in un tale mutato contesto, si trovino nella necessità di comprendere a fondo i meccanismi di questa rivoluzione per definire le loro linee strategiche. Alcuni soggetti economici, come i grandi gruppi editoriali, si trovano oggi già in prima linea e le loro esperienze possono essere considerate un realistico ambiente di sperimentazione, dal quale trarre qualche considerazione. Nel corso del recente convegno dell’ANEE (Associazione Nazionale Editoria Elettronica) sono stati presentati i dati di una ricerca sulle nuove tecnologie per l’informazione. Ecco come viene descritto lo scenario:

Il settore della comunicazione è stato per anni suddiviso in segmenti diversi, facilmente identificabili dal punto di vista delle tecnologie di riferimento e delle caratteristiche dei prodotti. I ruoli e le competenze distintive degli attori chiave erano definite dalle caratteristiche dei diversi sistemi di valore; i gradi di libertà a disposizione delle imprese nella individuazione delle proprie fonti di vantaggio competitivo erano condivisi all’interno del settore, poichè le matrici delle imprese erano comuni. Le strategie competitive si giocavano all’interno di confini definiti e il successo si collegava alla capacità di essere più efficienti dei concorrenti nel seguire regole del gioco definite nel settore. Le più recenti evoluzioni tecnologiche nel campo delle telecomunicazioni e dell’informatica hanno comportato per l’industria editoriale la moltiplicazione dei supporti attraverso cui diffondere i propri prodotti; gli editori si trovano a dover scegliere quale sia il media più idoneo, sia per le caratteristiche del contenuto informativo del prodotto, sia per la soddisfazione del fruitore. Inoltre, il sistema competitivo in cui gli editori si trovano ad operare presenta confini meno netti e regole del gioco diverse rispetto al passato; i concorrenti non sono più solo di matrice editoriale, ma anche produttori di beni e servizi con catene del valore e quindi fonti di vantaggio competitivo molto differenti rispetto alle case editrici. Questo si traduce da un lato in un aumento dei gradi di libertà strategica per le imprese – e quindi nella possibilità anche per gli editori di ridefinire la propria missione e il proprio territorio strategico – dall’altro però in una minore difendibilità del vantaggio competitivo, per la molteplicità di esperienze necessarie per competere nei nuovi segmenti.

Per molti anni il concetto di Sistema Informativo è stato associato, dal management aziendale, all’insieme degli elaboratori e dei programmi che gestiscono i dati dell’azienda, ovvero il CED. La completa responsabilità della gestione di macchine, procedure e dati era affidata alla figura dell’ EDP Manager, il quale, molto spesso, finiva per definire di fatto tutto l’assetto informativo dell’organizzazione. Le ragioni di questa impostazione organizzativa sono attribuibili probabilmente a due fattori principali: – i sistemi per la gestione delle informazioni erano piuttosto complessi e richiedevano quindi un tecnico (l’EDP Manager, appunto) – i dati, anche se vitali per il funzionamento dell’azienda, erano scarsamente utilizzabili per fini strategici.

Le tecnologie disponibili erano tuttavia poco flessibili per gestire il complesso problema del sistema della comunicazione. Le architetture organizzative riflettevano, inoltre, strutture fortemente gerarchiche e accentrate, quindi relativamente gestibili. Le inefficienze, comunque, erano visibili e si traducevano spesso in costi, marcata inerzia al cambiamento, formazione di centri di discrezionalità in isole di potere spontanee. Risultato: diffusa difficoltà da parte del top management nel governo dell’organizzazione e nell’eseguire gli opportuni aggiustamenti strategici.

Da alcuni anni, grazie ad all’evoluzione tecnologica nel campo dei sistemi informatici ed elettronici, sono rese possibili forme sempre più complesse di interazione sia all’interno delle aziende sia nei confronti dei clienti e dei fornitori. L’organizzazione aziendale tende a trasformarsi in una vera impresa rete, che non esprime più il concetto di unità fisica aggregata per raggiungere uno scopo, ma quello di un insieme funzionale, i cui componenti fisici possono essere geograficamente separati e sono costituiti da cellule automome, la cui dimensione può comprendere unità operative o uffici, fino a considerare i singoli dipendenti. Il modello di organizzazione aperto che ne deriva, in contrapposizione a quello gerarchico, accentrato e omnicomprensivo di tutti gli aspetti specifici dell’attività esplicata, si trasforma in unicamente funzionale, con l’apporto operativo di elementi fisicamente distanti, dipendenti oppure indipendenti, a seconda dei momenti e delle singole e reciproche convenienze.