Teorie sullo sviluppo delle comunicazioni

Neuromancer

Il mondo dell’economia, della produzione e della riproduzione di valore e’ strettamente legato a quello della comunicazione. Così avverte nel 1950 il canadese Harold A. Innis, storico dell’economia nordamericana, nell’opera Empire and Communications. Non esiste valore o mercato senza comunicazione. La comunicazione non consiste solo nel suo contenuto, ma anche e soprattutto nel suo veicolo, che può essere concreto (una tavoletta cerata, un quotidiano), ma anche immateriale (una strada, una rotta marittima). In estrema analisi la comunicazione è merce universale e flusso e può essere analizzata sia da un punto di vista quantitativo, che qualitativo. Gli strumenti del comunicare sono in diretta relazione con il potere e il loro controllo oligopolistico ne è il fondamento essenziale. La propaganda, o la manipolazione del consenso, assicurano il controllo sulla percezione soggettiva del passato e del presente e, potenzialmente, del futuro, cioè sul tempo; la rete di comando e controllo sul territorio, al fine di amministrare efficaciemente la violenza coercitiva verso l’interno e/o l’esterno, assicura del pari il controllo sullo spazio. Senza controllo sulla comunicazione sociale non esistono lo Stato e la proprietà.

A partire dalla competizione nell’Egitto faraonico tra potere monarchico assoluto e casta dei sacerdoti, fino ad arrivare ai giorni nostri la comunicazione è stata al centro dell’evoluzione delle civiltà e della società. Secondo Havelock, un antropologo che continuò la ricerca intrapresa da Innis, il raggiungimento di una sintassi ordinatrice di concetti, e finanche del pensiero astratto è il frutto di un mutamento nella comunicazione.

Tale concezione fu ripresa e rielaborata in seguito da Marshall McLuhan nel 1962 in La Galassia Gutenberg. Questo lavoro si basa sull’idea che il linguaggio è una metafora in grado di tradurre l’esperienza. Nell’operare tale traduzione, gli uomini passano dall’espressione orale a quella scritta, quindi a quella stampata e infine ai moderni mass media. Ogni nuovo strumento di espressione non si limita a facilitare la traduzione dell’esperienza umana, ma provoca cambiamenti fondamentali in quest’ultima. Gli uomini infatti esperiscono la propria esistenza mediante i sensi, in particolare attraverso l’udito e la vista. Ora, i sensi costituiscono sistemi aperti in reciproco contatto, mentre gli strumenti e la tecnologia di cui gli uomini si servono per sostituire la parola sono massicce estensioni dei sensi che si articolano in sistemi chiusi, i quali comportano specifici modi di comprendere l’universo: la scrittura si rivolge soltanto alla vista, la radio all’udito. Di conseguenza l’interiorizzazione di ogni successiva tecnologia comunicativa, dai primi strumenti scrittòri ai computer, provoca un’alterazione del rapporto fra i sensi e muta i processi mentali. A ogni nuova estensione dei sensi mediante tecnologie innovative corrisponde quindi una nuova tradizione culturale e una nuova traduzione dell’esperienza.

Il dibattito culturale sulle teorie della comunicazione prosegue fino ad arrivare a Nicholas Negroponte direttore del Media Lab del Massachusetts Institute of Technology che ha formulato l’assioma detto Negroponte switch, secondo il quale, nel breve termine, tutti i segnali che viaggiavano nell’etere dovranno passare per il cavo, e viceversa. Nel suo recente e fortunato Essere Digitali affronta i problemi legati allo sviluppo tecnologico dall’informatica (larga banda, intelligenza artificiale, interfacce, multimedialita’) fino al futuro della televisione, della carta stampata e del diritto d’autore. Il messaggio di Negroponte è che se fino ad oggi abbiamo ragionato in termini di atomi (di materia discreta), ora dobbiamo abituarci a pensare in termini di bit (informazione immateriale); le nuove tecnologie che stanno per entrare nel mercato permetteranno di fatto di dislocare il flusso informativo a piacere e, grazie alla Rete, manipolarlo e rilanciarlo. Tutti diventeremo soggetti del flusso informativo. Nel mondo digitale conclude Negroponte, soluzioni prima impossibili diventano fattibili e i quattro punti di forza per il definitivo trionfo sono: decentramento, globalizzazione, armonizzazione e potenziamento umano.

Secondo Gilder, infine, il futuro è del teleputer (televisione + computer) e della fibra ottica che offre banda illimitata per il passaggio del segnale. Gli apparati dello stato non si devono occupare dell’autostrada informatica: lo sviluppo della rete cablata è assicurato più efficientemente dalla concorrenza della aziende, liberate finalmente dagli impacci delle leggi. Abbattendo definitivamente il rapporto gerarchico centro/periferia (ovvero trasmittente/ricevente) tipico della telefonia tradizionale e della televisione generalista, si otterrà una struttura informativa decentrata, intrinsecamente democratica.

In Italia i problemi in fatto di comunicazione non sono pochi, basti pensare a come un gestore di media abbia dovuto inventarsi leader politico per difendere le proprie posizioni e prepararsi al prossimo Far West italiano, dove le nuove comunicazioni giocheranno lo stesso ruolo che le ferrovie hanno avuto nel capitalismo ottocentesco.

Risulta evidente, a questo punto, come le entità che si proporranno di governare, o anche semplicemente operare in un tale mutato contesto, si trovino nella necessità di comprendere a fondo i meccanismi di questa rivoluzione per definire le loro linee strategiche. Alcuni soggetti economici, come i grandi gruppi editoriali, si trovano oggi già in prima linea e le loro esperienze possono essere considerate un realistico ambiente di sperimentazione, dal quale trarre qualche considerazione. Nel corso del recente convegno dell’ANEE (Associazione Nazionale Editoria Elettronica) sono stati presentati i dati di una ricerca sulle nuove tecnologie per l’informazione. Ecco come viene descritto lo scenario:

Il settore della comunicazione è stato per anni suddiviso in segmenti diversi, facilmente identificabili dal punto di vista delle tecnologie di riferimento e delle caratteristiche dei prodotti. I ruoli e le competenze distintive degli attori chiave erano definite dalle caratteristiche dei diversi sistemi di valore; i gradi di libertà a disposizione delle imprese nella individuazione delle proprie fonti di vantaggio competitivo erano condivisi all’interno del settore, poichè le matrici delle imprese erano comuni. Le strategie competitive si giocavano all’interno di confini definiti e il successo si collegava alla capacità di essere più efficienti dei concorrenti nel seguire regole del gioco definite nel settore. Le più recenti evoluzioni tecnologiche nel campo delle telecomunicazioni e dell’informatica hanno comportato per l’industria editoriale la moltiplicazione dei supporti attraverso cui diffondere i propri prodotti; gli editori si trovano a dover scegliere quale sia il media più idoneo, sia per le caratteristiche del contenuto informativo del prodotto, sia per la soddisfazione del fruitore. Inoltre, il sistema competitivo in cui gli editori si trovano ad operare presenta confini meno netti e regole del gioco diverse rispetto al passato; i concorrenti non sono più solo di matrice editoriale, ma anche produttori di beni e servizi con catene del valore e quindi fonti di vantaggio competitivo molto differenti rispetto alle case editrici. Questo si traduce da un lato in un aumento dei gradi di libertà strategica per le imprese – e quindi nella possibilità anche per gli editori di ridefinire la propria missione e il proprio territorio strategico – dall’altro però in una minore difendibilità del vantaggio competitivo, per la molteplicità di esperienze necessarie per competere nei nuovi segmenti.

Per molti anni il concetto di Sistema Informativo è stato associato, dal management aziendale, all’insieme degli elaboratori e dei programmi che gestiscono i dati dell’azienda, ovvero il CED. La completa responsabilità della gestione di macchine, procedure e dati era affidata alla figura dell’ EDP Manager, il quale, molto spesso, finiva per definire di fatto tutto l’assetto informativo dell’organizzazione. Le ragioni di questa impostazione organizzativa sono attribuibili probabilmente a due fattori principali: – i sistemi per la gestione delle informazioni erano piuttosto complessi e richiedevano quindi un tecnico (l’EDP Manager, appunto) – i dati, anche se vitali per il funzionamento dell’azienda, erano scarsamente utilizzabili per fini strategici.

Le tecnologie disponibili erano tuttavia poco flessibili per gestire il complesso problema del sistema della comunicazione. Le architetture organizzative riflettevano, inoltre, strutture fortemente gerarchiche e accentrate, quindi relativamente gestibili. Le inefficienze, comunque, erano visibili e si traducevano spesso in costi, marcata inerzia al cambiamento, formazione di centri di discrezionalità in isole di potere spontanee. Risultato: diffusa difficoltà da parte del top management nel governo dell’organizzazione e nell’eseguire gli opportuni aggiustamenti strategici.

Da alcuni anni, grazie ad all’evoluzione tecnologica nel campo dei sistemi informatici ed elettronici, sono rese possibili forme sempre più complesse di interazione sia all’interno delle aziende sia nei confronti dei clienti e dei fornitori. L’organizzazione aziendale tende a trasformarsi in una vera impresa rete, che non esprime più il concetto di unità fisica aggregata per raggiungere uno scopo, ma quello di un insieme funzionale, i cui componenti fisici possono essere geograficamente separati e sono costituiti da cellule automome, la cui dimensione può comprendere unità operative o uffici, fino a considerare i singoli dipendenti. Il modello di organizzazione aperto che ne deriva, in contrapposizione a quello gerarchico, accentrato e omnicomprensivo di tutti gli aspetti specifici dell’attività esplicata, si trasforma in unicamente funzionale, con l’apporto operativo di elementi fisicamente distanti, dipendenti oppure indipendenti, a seconda dei momenti e delle singole e reciproche convenienze.